Iperinflazione nello Zimbabwe in Numeri

L’iperinflazione è uno dei fenomeni economici più distruttivi che possano colpire un paese. Lo Zimbabwe, tra il 2007 e il 2009, ha vissuto una delle peggiori crisi inflazionistiche della storia, con tassi che hanno raggiunto livelli difficili da concepire.

In questo articolo analizzeremo i numeri più impressionanti di questa iperinflazione, per capire l’impatto devastante che ha avuto sulla popolazione e sull’economia del paese.


#1. L’inizio della crisi

L’inflazione in Zimbabwe non è esplosa improvvisamente, ma è stata il risultato di una serie di errori politici ed economici iniziati già negli anni ’90. Il presidente Robert Mugabe, in carica dal 1987, attuò politiche che destabilizzarono profondamente l’economia. Uno dei principali fattori scatenanti fu la riforma agraria del 2000, con la quale il governo confiscò le terre dei grandi proprietari terrieri bianchi per redistribuirle. Tuttavia, le nuove assegnazioni furono spesso inefficaci, perché molte delle terre finirono in mano a persone senza esperienza agricola, causando un drastico calo della produzione alimentare.

A questo si aggiunse un aumento incontrollato della spesa pubblica, finanziato dalla stampa di nuova moneta, senza alcuna copertura reale. Nel 2001, il tasso d’inflazione era già salito al 112% annuo, un valore preoccupante ma non ancora catastrofico. Tuttavia, con il passare degli anni, il governo continuò a stampare denaro per cercare di sostenere l’economia, mentre la produzione industriale e agricola crollava. Nel 2003, il tasso d’inflazione raggiunse il 598% annuo, e nel 2006 superò ufficialmente il 1.000% annuo, segnale che il sistema economico stava per collassare.

Gli investitori e i cittadini persero rapidamente fiducia nella valuta locale, il dollaro zimbabwiano, che iniziò a svalutarsi a ritmi impressionanti. La popolazione iniziò ad accumulare beni materiali invece di conservare denaro, mentre il governo, invece di fermare la spirale inflazionistica, continuava a stampare sempre più moneta. Questo portò direttamente al disastroso biennio 2007-2008, in cui il paese entrò ufficialmente nella fase più grave di iperinflazione.


#2. I numeri dell’iperinflazione

L’iperinflazione in Zimbabwe raggiunse livelli inimmaginabili. Nel 2007, il tasso d’inflazione ufficiale era 66.000% annuo, ma gli esperti stimavano che il valore reale fosse molto più alto. Il 2008 fu l’anno in cui la crisi raggiunse il suo apice, facendo registrare uno dei tassi d’inflazione più alti della storia. A novembre 2008, l’inflazione stimata era del 89,7 sestilioni di percento (89.700.000.000.000.000.000% annuo).

Alcuni dati impressionanti di quel periodo:

  • I prezzi raddoppiavano ogni 24 ore, rendendo impossibile qualsiasi pianificazione economica.
  • Il tempo medio di validità di una banconota era di meno di un giorno, perché il suo valore si azzerava rapidamente.
  • Nel luglio 2008, un chilogrammo di zucchero costava 1,5 miliardi di dollari zimbabwiani, e il prezzo raddoppiava in poche ore.

In termini pratici, questo significava che i cittadini dovevano spendere il loro stipendio immediatamente appena lo ricevevano, perché il giorno dopo sarebbe stato praticamente inutile. Il valore della moneta crollò a tal punto che si arrivò a stampare banconote con tagli sempre più alti, culminando nella famigerata banconota da 100 trilioni di dollari zimbabwiani.


#3. La banconota da 100 trilioni

L’inflazione incontrollata costrinse il governo a emettere banconote con valori sempre più alti per cercare di facilitare le transazioni quotidiane. Nel gennaio 2009, fu introdotta la banconota da 100 trilioni di dollari zimbabwiani, il più alto valore nominale mai stampato su una valuta nazionale.

Tuttavia, questa cifra astronomica era completamente priva di valore. Appena messa in circolazione, questa banconota valeva circa 0,40 USD sul mercato nero. Nel giro di pochi giorni, il suo valore si azzerò completamente, rendendola inutilizzabile.

La popolazione si trovò costretta a usare sacchi pieni di banconote per acquistare beni di prima necessità. Alcuni commercianti smettevano addirittura di contarle e iniziavano a pesarle, perché era più veloce determinare il valore di una pila di banconote in base al peso piuttosto che contarle singolarmente. Questo livello di assurdità segnò il definitivo collasso della fiducia nella moneta nazionale.


#4. Gli effetti sulla popolazione

L’iperinflazione ha avuto effetti devastanti sulla popolazione dello Zimbabwe. Gli stipendi, anche quelli dei lavoratori pubblici, diventavano inutili nel giro di poche ore. Le aziende e le banche smettevano di erogare prestiti perché nessuno era più in grado di restituirli con un valore reale.

Gli effetti più devastanti furono:

  • La disoccupazione salì al 94%, lasciando milioni di persone senza alcun reddito.
  • Il prezzo di un pasto normale raggiunse miliardi di dollari zimbabwiani, rendendo difficile persino l’acquisto di cibo.
  • Il mercato nero divenne l’unico sistema economico funzionante, dove si commerciava in dollari statunitensi, rand sudafricani e altre valute estere.

Di fronte a una situazione ormai insostenibile, molti cittadini iniziarono a barattare beni o a utilizzare monete straniere, rendendo di fatto inutilizzabile il dollaro zimbabwiano.


#5. La fine della valuta

Nel 2009, il governo dello Zimbabwe prese una decisione drastica: abbandonare la propria valuta nazionale. Il dollaro zimbabwiano venne ufficialmente sospeso e il paese adottò il dollaro statunitense come valuta di riferimento.

Gli effetti furono immediati:

  • L’iperinflazione terminò quasi istantaneamente.
  • I prezzi si stabilizzarono e l’economia riprese lentamente a funzionare.
  • Le persone poterono finalmente accumulare risparmi senza temere che il loro valore evaporasse.

Lo Zimbabwe rimase senza una valuta propria per quasi dieci anni, fino al 2019, quando tentò di reintrodurre una nuova moneta locale, con risultati poco incoraggianti.

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